presenzialismo mediatico. prendi un microevento fatto di vuoto niente. mettici un po’ di luci intermittenti. suoni provenienti dalla strada o da una sala affollata. crea rumors, e, spremendo questo microevento fino a cavarci altri niente altre parole vuote, infetta la rete disseminando link, # e tag. poi aspetta che il virus si moltiplichi sui vari media. senza mai purtroppo assurgere allo stato di meme. ma intanto un altro niente si aggiunge alla voce degli artisti che stentatano più che mai a trovare una collocazione, che non sia quella rara del mercato (e beato chi ci riesce). la rete diventa allora spazio libero e gratuito, come gratuito, nei due sensi, è il microevento.
non c’è che un balbettio, un motore che perde colpi, un cuore ammalorato pericolosamente aritmico, ma mai palpitante di vita. questo resta, un pochissimo spazio fatto di ombre, di anni che passano immersi in creme antirughe. questo volevano che fosse. questo era il destino maledetto che per noi si preparava. ma lentamente, un micron al giorno. così che l’oscena trasformazione in disgustosa massa di poltiglia, che si tiene insieme per la sua stessa appicicosità, non si palesi tutto d’un tratto. ma diventi paesaggio noto. stesso volto per tutta una vita. stesse parole ripetute in tutte le varianti. è un po’ come montare la panna. da un liquido che occcupa un tetrapack a una montagna fatta, in sostanza, d’aria.